L'impresa


Storie d’innovazione. Sardex.net, una start up alternativa.

In Sardegna 500 aziende aderiscono a un circuito, che utilizza la permuta ed una moneta interna, per superare i limiti del credito. Ecco come.

Di Antonio Dini

A Milano è nata anche la prima boutique del baratto, la Swap Booutique e poi la principale community online che permette di scambiare beni tra privati senza utilizzare denaro: ZeroRelativo.it. Sono i casi più radicali e “consumer” del bisogno di trovare un’alternativa al denaro, quello che Martin Lutero definiva lo “sterco del demonio” e che determina gli stili, i ritmi, le modalità e gli scopi delle nostre vite. Ma non solo i privati sentono il bisogno di reinventare le modalità con le quali avviene il commercio. Nei grandi social network globali stanno nascendo monete virtuali e alternative (tecnicamente si chiamano “valute complementari”) a quelle utilizzate nei paesi sovrani: i crediti di Facebook, ad esempio, che per un’azienda che vive di pubblicità rappresentano oramai l’unica novità in crescita del bilancio. Prima c’erano i Linden Dollars di Second Life e prim’ancora le miglia dei programmi fedeltà delle compagnie aeree. Nati negli anni Ottanta, queste ultime sono diventate una sorta di valuta alternativa, che viene spesa non solo per prenotare biglietti omaggio ma per ottenere anche notti in hotel e noleggi auto oltre a gadget dalla boutique di bordo, e che costituiscono materia di contenzioso nelle cause di divorzio più turbolente. Senza contare i ticket per il pranzo dei dipendenti, che in tempi di recessione vengono regolarmente usati per fare acquisti ulteriori, come succedeva con i mini assegni degli anni settanta.

Il perchè di una moneta parallela.

novità arrivano quest’anno in un’Italia scossa dalla crisi e dal bisogno di trovare alternative creative alla ruvidezza dell’economia reale. Attorno all’euro fanno così capolino gli Scec, i Dropis, i Sicanex e il Taurino: modelli di trasferimento o attribuzione del valore alternativi alla moneta comune europea. Il cambiamento più significativo però è nato per mano di quattro giovani sardi, orgogliosi della loro identità al punto che nel 2006 hanno cercato un’attività innovativa che permettesse loro di ritornare in provincia di Cagliari (a Serramanna) dopo la laurea.
Come in tutte le migliori storie di eccellenza, l’impresa è cominciata con un’analisi dei bisogni e delle opportunità locali. «Ci siamo chiesti – spiega Carlo Mancosu, uno dei quattro creatori del Sardex – quali fossero le debolezze del sistema economico sardo e quali opportunità di innovare si presentassero di conseguenza». I quattro si resero conto ben presto che la Sardegna, con il suo tessuto di microimprese poco interconnesse tra loro, soffre l’impatto dei grandi gruppi stranieri presenti sul territorio soprattutto la grande distribuzione e le produzioni di beni a basso e bassissimo costo. Era il 2006-2007 e dagli Usa arrivavano le prime avvisaglie di un incubo economico le cui conseguenze in termini di crisi della liquidità stiamo ancora vivendo. «allora erano ancora in pochi a parlarne, alcuni osservatori internazionali ed alcuni economisti, tra cui il premio nobel Nouriel Roubini. Il fatto che la crisi partisse proprio dal sistema bancario e finanziario rese chiaro fin da subito che, se non si fosse trovato il modo di mantenere abbastanza liquidità in circolazione nell’economia reale a sostenere gli investimenti e gli scambi, la crisi finanziaria si sarebbe ben presto trasformata in crisi produttiva, occupazionale ed infine sociale.», ricorda Mancosu.
I 4 cominciarono ad interessarsi alla questione monetaria e ad interrogarsi sul credito e le sue funzioni. «Ci siamo resi conto – dice Mancosu – che, a partire dal 1971, dopo la fine del sistema monetario internazionale basato sugli accordi di Bretton Woods e la definitiva sospensione della convertibilità aurea del dollaro, il denaro ha perso ogni fisicità diventando una pura convenzione, semplicemente un accordo all’interno di una comunità nell’utilizzare una data cosa come mezzo per gestire gli scambi». Individuarono inoltre la presenza di interessi come uno tra i maggiori problemi del sistema monetario vigente, quegli stessi interessi che solo il 10% della popolazione incassa e che il restante 90% finisce regolarmente per pagare. Interessi che spingono alla tesaurizzazione frenando la circolazione monetaria e che, attraverso il meccanismo degli interessi compositi, portano il debito a crescere in maniera esponenziale.
I quattro si misero allora a cercare esempi di comunità che usavano sistemi alternativi al denaro a corso forzoso, denaro fiduciario e libero da interessi. Ne vennero fuori un paio alquanto interessanti. Il primo è quello del sindaco di Wörgl, piccola comunità austriaca che, tra le due guerre, in un periodo di forte deflazione a ridosso della crisi del 1929, sposò le teorie dell’economista anarchico tedesco Silvio Gesell e mise in circolazione certificati locali al posto del denaro. Con la differenza che, mano a mano che il tempo passava, i certificati vedevano ridursi fortemente il loro stesso valore, spingendo quindi tutti a farli circolare il più velocemente possibile. Il secondo è quello di un gruppo di imprenditori svizzeri che nel 1934, a causa della carenza di liquidità causata dalla crisi del 1929, fondò il circolo economico Wir, un sistema contabile per tenere conto all’interno di un circuito di imprese aderenti di chi ha crediti o debiti con chi e fungere quindi da stanza di compensazione. Oggi a distanza di oltre 70 anni sono più di 75000 le imprese aderenti che richiedono o eseguono prestazioni utilizzando l’unità di conto interna al circuito: il Wir. . Anche l’ex WIR Economic Circle, oggi Wirbank, venne influenzato dalle idee del Gesell, ed ora vede realizzarsi scambi in Wir per un valore di oltre tre miliardi di franchi svizzeri l’anno.

La Sardegna fa circuito

Nel 2009, quattro ragazzi si sono convinti di aver avuto una buona idea e spingono con tenacia e caparbietà per realizzarla. Hanno creato Sardex.net, un circolo simile a quello svizzero, normativamente fondato sull’istituto della permuta ma con una particolarità: la presenza di un’unità di conto interna al circuito che rende possibile la multilateralità e la multitemporalità degli scambi. In Italia il codice Codice Civile equipara la vendita alla permuta e quindi, aggiunge Mancosu: «Siamo anche un’arma potente contro l’evasione perché tutte le nostre transazioni per poter essere effettuate devono avere una fattura e una data a cui fare riferimento». Non è stato facile. Anzi: «All’inizio è stata dura, ci sono voluti tre mesi di appuntamenti per far entrare la prima azienda nel nostro circuito. Soprattutto per convincerli che, nonostante loro fossero gli unici, il circuito si sarebbe presto popolato. La prima transazione è arrivata alcuni mesi dopo. Ma fatta la prima con il tempo tutto è diventato più facile». Sardex.net è un sistema in cui le aziende si iscrivono pagando una piccola cifra iniziale. C’è un sito tipo home banking dove le aziende vedono l’estratto conto e possono fare le loro operazioni, c’è un sistema automatico per far incrociare la domanda con l’offerta, ed un marketplace dedicato dove le aziende possono presentare se stesse e la propria offerta e al contempo trovare quello di cui hanno bisogno. «Con il passare del tempo abbiamo capito che la grande forza della nostra iniziativa sono le relazioni di persona, non quelle digitali: solo 4 transazioni su duemila sono avvenute tramite e-commerce, lo 0,2%», dice Mancosu. In presenza, invece, le aziende hanno iniziato a collaborare anziché a competere, facendo nascere nuovo valore. Alla fine del 2011 i quattro soci (Calo Mancosu, i fratelli Giuseppe e Gabriele Littera e Piero Sanna) ricevono, grazie a Gianluca Dettori, un finanziamento di capitale di ventura della Digital Investments Sca Sicar.
«Sardex guadagna dal canone annuale e da una piccola percentuale sulle transazioni, attorno al 3,5%. Tuttavia abbiamo notato che la commissione stava diventando, per via dell’acuirsi della crisi, un limite all’operatività delle aziende all’interno del circuito e quindi abbiamo deciso per quest’anno di scontarla del 100%, in cambio della promessa da parte delle aziende di aiutarci a far crescere ulteriormente il circuito».

Vicina l’apertura ai consumatori

Sardex si siede accanto alle imprese, guarda i bilanci, fa un’analisi delle spese cerca di capire la peculiarità dell’offerta, mette in contatto con i possibili fornitori. Sempre in regime di concorrenza.
«Entro 30 giorni sviluppiamo la prima transazione. Se l’azienda va in debito acquistando prima ancora di aver venduto noi ci concentriamo sulle attività di promozione per farle raggiungere il pareggio. Se la posizione debitoria non viene colmata entro 12 mesi attraverso vendite nel circuito per pari importo, per pareggiare si deve fare un pagamento in euro. Si tratta comunque di un pagamento a 365 giorni senza interessi».
Sardex costituisce un mercato regolato e lo gestisce con una serie piuttosto articolata di regole e limitazioni, compresa la soglia dei mille euro in Sardex, per impedire distorsioni del suo mercato e favorire la circolazione dei crediti. «È un gioco a somma zero, cioè un gioco in cui vincono tutti, dove l’interesse personale è subordinato a quello del gruppo», dice Mancosu. Le aziende oggi sono 500, i quattro giovani innovatori pensano a come espandersi non solo sul territorio ma anche ampliando il modello di business. C’è bisogno di vicinanza geografica, perché è quella che ha definito l’opportunità del Sardex. Entro il 2014 vogliono arrivare a 4 mila aziende. Il passo successivo, che partirà a giugno, è aprire ai consumatori, creando un sistema di scambio tra aziende e utenti. Parlano con i distretti di economia solidale, con gli istituti di finanza etica. «Se dovessi individuare un altro esperimento monetario veramente innovativo – dice Mancosu – penserei a Ripple Pay, uno straordinario sistema in base al quale ciascuno è banca centrale di se stesso. Ma forse un sistema del genere è ancora troppo rivoluzionario per potersi diffondere nel breve termine». Una rivoluzione resa possibile dalle reti e dalla voglia di superare la crisi. Come in Sardegna. Sono tutte ricette per una nuova Italia.

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