innovazione

Questa storia ha inizio in una fredda sera di inverno a Cagliari. All’epoca Sardex non era che un progetto,una bozza, un’idea o forse meglio la convinzione che fosse possibile inaugurare una nuova stagione per l’economia dell’isola. La crisi allora, nell’immaginario collettivo, non era che una serie di notizie che si avvicendavano in maniera frammentaria e sconnessa da oltreoceano. Notizie di cui in tanti stentavano a comprendere la portata. Non per tutti era così, già dal 2006 in tanti avevano lanciato l’allarme sul web e qualcuno nel ragionare sulle cause e sulle possibili ripercussioni cominciava a prepararsi al peggio e a immaginare le possibili soluzioni. Tra questi, quattro ragazzi, allora poco più che venticinquenni, originari di un piccolo paese del campidano situato a poche decine di chilometri da Cagliari. Quattro studenti, Gabriele Littera, studente di marketing e comunicazione all’università di Teramo, Giuseppe Littera e Piero Sanna, studenti di lingue a Leeds e Carlo Mancosu, studente di lettere all’Università di Cagliari, cominciarono a studiare per comprendere meglio il problema, nessuno di loro aveva mai studiato economia ma la cosa non li spaventava. Cominciarono a interessarsi alla questione monetaria e a interrogarsi sul credito e le sue funzioni. Sapevano che la crisi finanziaria sarebbe stata solo la scintilla che avrebbe dato il via a una serie di reazioni a catena destinate a travolgere in breve tempo anche l’economia reale. Al contrario di tanti altri non si concentrarono tanto nella ricerca dei colpevoli. Preferirono ragionare su quella che poteva essere una soluzione di lunga durata ai problemi della propria economia, non solo quelli esogeni e contingenti, ma anche a quelli consolidati e ormai cronici dell’economia nell’isola. Il fatto che la crisi partisse proprio dal sistema bancario e finanziario rese chiaro fin da subito che, se non si fosse trovato il modo di mantenere abbastanza liquidità in circolazione nell’economia reale a sostenere gli investimenti e gli scambi, la crisi ben presto da finanziaria si sarebbe trasformata in crisi produttiva, occupazionale e infine sociale. Oltre a questi problemi, l’economia sarda soffriva anche di altri mali radicati da decenni che la rendevano ancora più fragile. Un tessuto imprenditoriale di nano e microimprese scarsamente strutturato, un tessuto produttivo eccessivamente frammentato e non sufficientemente interconnesso, difficoltà di accesso al credito e scarsa informatizzazione.Ci si scontrava inoltre con i luoghi comuni e gli epiteti storici che hanno condizionato negativamente la capacità dei sardi di prendere reale coscienza della propria forza e della ricchezza storica, economica e culturale della propria terra. Luoghi comuni che vorrebbero dipingere i sardi come un popolo incapace di collaborare, di unirsi, di fare fronte comune. Luoghi comuni che i ragazzi avevano intenzione di smentire nella pratica. Fu per questo che cominciarono a pensare a cosa potesse unire tutte queste esigenze in un unico progetto, capace non solo di riconnettere il tessuto imprenditoriale locale e di incentivare la collaborazione e la reciprocità, ma anche di offrire uno strumento concreto per far fronte alla mancanza di liquidità e all’imminente credit chunch. Non era una impresa facile.

Cominciarono a scandagliare nella storia recente e meno recente alla ricerca di idee, conoscenze, progetti che in passato avevano fornito soluzioni a problemi simili adattabili alla propria realtà. Una sera, all’improvviso, l’illuminazione. La soluzione sarebbe potuta essere la creazione di una rete di imprese disposte a utilizzare negli scambi una moneta complementare fondata sulla fiducia. Cominciarono così ad approfondire gli studi sulle così dette complementary currency e i circuiti di credito reciproco. Un caso su tutti colpì la loro attenzione. Era quello del Wirgeld, ideato nel 1934 in Svizzera da Paul Enz e Werner Zimmerman, entrambi affascinati dalle teorie monetarie di un economista tedesco vissuto a cavallo tra ‘800 e ‘900 e oggi sconosciuto ai più: Silvio Gesell. Di Gesell si sarebbe occupato anche J.M. Keynes nella sua teoria generale, in cui l’economista inglese ha dedicato alcune pagine alle teorie monetarie eterodosse del tedesco e alla sua dottrina sul denaro libero.
Zimmerman ed Enz nel ‘31 partirono dalla Svizzera e durante i loro viaggi ebbero modo di osservare da vicino i sistemi di moneta complementare diffusi in quegli anni di crisi, tra cui il ‘nordish clearing’ da cui prenderanno ispirazione per creare qualche anno più tardi il Wirgeld. Tornarono in patria nel ‘34 e insieme ad altri 14 imprenditori di Zurigo misero in piedi un circuito di credito reciproco e senza interessi dotato di una propria unità di conto, il Wir per l’appunto. Erano passati pochi anni dalla crisi del ’29 e l’economia svizzera come buona parte delle economie europee stentava a risollevarsi. Le banche annunciarono l’ennesima stretta creditizia e molti di loro sapevano che senza quell’apporto di quei capitali non sarebbero riusciti a far fronte ai propri impegni verso i fornitori e che quindi avrebbero presto dovuto chiudere le proprie attività. Per superare la scarsità di liquidità i fondatori di Wir congegnarono un sistema semplice quanto geniale. Chi di loro acquistava beni dagli altri iscriveva sul proprio bilancio un debito verso tutto il gruppo, mentre chi vendeva vi iscriveva un credito spendibile presso gli altri associati. Le transazioni però non venivano denominate in franchi ma in una moneta riconosciuta solo dagli associati e convertibile soltanto in beni e servizi, il Wir (che in tedesco significa non a caso ‘Noi’). All’epoca erano attivi svariati sistemi di credito reciproco e valute complementari, sia al di qua sia al di la dell’oceano. Poche di queste esperienze sopravvissero al boom economico degli anni ’50. Wir invece, seppur con qualche modifica formale, sopravvisse, mantenendo intatto lo spirito di collaborazione, mutuo sostegno e reciprocità che ne avevano accompagnato la nascita e lo sviluppo in quegli anni difficili. Oggi a distanza di 75 anni il circolo economico Wir, da una decina d’anni Wirbank, conta tra i suoi associati oltre 75mila pmi svizzere (1 su 4) e transazioni, denominate in Wir, per un valore di oltre tre miliardi di franchi svizzeri. Come confermato da numerosi e approfonditi studi universitari Wir contribuisce da più di mezzo secolo a sostenere le imprese svizzere del ceto medio. L’ispirazione era trovata. I ragazzi rimasero incredibilmente colpiti dalla lucidità di quella visione, dall’attualità del loro pensiero. Il messaggio di apertura del primo Wir Info (il mensile dedicato agli iscritti a Wir) recitava testualmente: “(…)Cosa vogliamo? Un lavoro soddisfacente, guadagni equi e prospettive di prosperità. Questo è ciò per cui tutti gli imprenditori e lavoratori si impegnano nella vita economica ed è quello che potrebbero e dovrebbero avere (…)”. Ed era proprio questo che anche i quattro ragazzi immaginavano per se e la propria terra: un futuro di unione, armonia e prosperità.
Furono mesi di studio e sviluppo. Si doveva adattare l’idea ai tempi e al contesto dell’isola, bisognava sviluppare i sistemi informatici, organizzare la comunicazione, valutare i problemi connessi a normativa e fiscalità. Dopo poco meno di due anni tutto era pronto, bisognava solo trovare la forza e le risorse per partire.

Ma torniamo ora a quella sera di inverno. Fu un incontro a sciogliere ogni dubbio e a rompere ogni indugio. Quella sera i ragazzi incontrarono a casa di amici comuni, due persone, una considerata da tanti l’inventore della finanza etica in Italia, Giovanni Acquati, e l’altra, Franco Contu, straordinario uomo di marketing e da subito coinvolto in prima persona nella promozione del progetto. Esposero loro il progetto e le sue criticità, le sue implicazioni economiche e sociali. Le loro ragioni profonde, la loro visione e le loro paure. “Giovanni e Franco ci dissero – raccontano i ragazzi – …non dovete perdere tempo a preoccuparvi. Dovete solo fare e partire”.
I ragazzi gli presero in parola. Misero insieme le loro risicate risorse, registrarono la società e partirono a Basilea per studiare da vicino e toccare con mano l’esperienza di Wir. Era l’estate del 2009, e il progetto Sardex.net era finalmente pronto a partire. Come ogni debutto fu prematuro ma necessario. Non fu facile coinvolgere la prima azienda, convincerla a credere nel progetto, portarla ad entrare in circuito di imprese in cui non c’era ancora neppure un’impresa. I ragazzi non si diedero per vinti e sostenuti dal lavoro di tutta la squadra, che allora contava appena altre tre persone, andarono avanti. Come per tutte le cose, la cosa difficile è fare la prima. Così, dopo tanto lavoro e grazie alla fiducia di pochi imprenditori visionari e lungimiranti, a gennaio del 2010 arrivarono le prime iscrizioni. Nell’aprile seguente arrivò anche la prima transazione. A gennaio del 2011 le aziende erano già 200 e il volume delle transazioni cresceva in maniera sostenuta e costante. A partire dagli ultimi mesi del 2011 arrivano anche i primi riconoscimenti, la visita della banca centrale dell’Ecuador interessata ad approfondire il modello, ampio spazio nella stampa locale e nazionale, l’interesse di numerosi ricercatori e dell’Università di Cagliari, decine di migliaia di visitatori unici da tutto il mondo sul portale e migliaia di attestati di stima da tutta Italia. Nel gennaio 2012 arriva un altro segnale a indicare che forse la strada intrapresa è quella giusta: lo Ied (Istituto europeo di design) consegna ai ragazzi il prestigioso premio per l’innovazione Ied 2012. Oggi Sardex.net coinvolge oltre 450 aziende e un volume transato di gran lunga superiore al milione di euro in valore con un ritmo di crescita annuo del 370%. Ogni mese decine di nuove imprese scelgono di aderire al progetto e la rete continua a rafforzarsi di giorno in giorno. È un piccolo miracolo. Semplice come ogni grande rivoluzione. Sardex.net è un modo nuovo di ripensare l’economia locale: interconnessa, collaborativa sostenuta dalla forza del gruppo e dalla fiducia reciproca.“Small, local and connected” come amano ripetere i ragazzi. Attraverso Sardex.net le aziende si finanziano reciprocamente e a tasso zero, la ricchezza rimane nell’isola all’interno del circuito e vengono preferite le produzioni locali. Si limita il turismo delle merci e si incentivano modelli di sviluppo sostenibili. Ogni commessa tra imprese all’interno del circuito finisce per generare un circolo virtuoso. Sardex.net è un mercato che si autoalimenta, un sistema in cui ogni acquisto prelude a una vendita, una rete in cui sviluppare nuove opportunità d’affari. Nel circuito gli acquisti e le vendite tra iscritti non avvengono in moneta corrente, ma in crediti commerciali Sardex (un Credito Sardex vale un euro). Il Sardex non è una vera e propria moneta; è intangibile, è un bit, è un’informazione e, in quanto tale, nessuno può possederla fisicamente. Il Sardex è solo una semplice unità di conto, utile a misurare debiti e crediti all’interno del circuito. Una ‘moneta’ che nasce dalle imprese per le imprese. Una ‘moneta’ il cui valore non è imposto per legge o garantito da titoli o metalli pregiati, ma è garantito dalla fiducia delle imprese che scelgono di accettarlo e dalla loro capacità produttiva. Il funzionamento è semplice. Ogni azienda dichiara all’atto dell’iscrizione la disponibilità di beni e servizi che è disposta a mettere in gioco nell’arco di un anno all’interno del circuito e parallelamente le viene assegnato un massimale di spesa commisurato alla sua dimensione e alla disponibilità e richiesta dei beni offerti. Attraverso il massimale le aziende hanno la possibilità di acquistare ancor prima di vendere. Dopodiché avrà 365 giorni per ripagare quanto acquistato vendendo i propri beni agli iscritti al circuito. Un modo per far fronte alla mancanza di liquidità, risparmiare euro e al contempo aumentare il proprio fatturato e la propria rete di relazioni. Il fatturato sviluppato attraverso il circuito infatti non va mai a sottrarsi a quello in moneta corrente ma va piuttosto a sommarsi aumentando l’efficienza e la solidità dell’impresa. Ogni iscritto ha tutti gli strumenti per gestire il proprio mercato complementare: una o più carte Sardex per effettuare i suoi acquisti personali o di impresa direttamente presso i punti vendita, un conto online consultabile 24 ore su 24 e una vetrina virtuale dove conoscere le offerte e i profili degli altri iscritti e naturalmente una guida per la gestione della fiscalità (tutte le vendite effettuate all’interno del circuito devono essere accompagnate da regolare fattura e su ognuna di esse vanno pagate le imposte di legge). Ma il successo dell’iniziativa a detta dei fondatori non sono i sistemi informatici, che di certo aiutano, ma il sistema di relazioni che il circuito va a generare. A detta dei fondatori infatti, sono le relazioni e la collaborazione con gli iscritti e tra gli iscritti il vero motore dell’iniziativa. Sardex.net non è un algoritmo, ma il lavoro quotidiano dello staff e delle aziende. Uno staff che le assiste in ogni fase, consigliando e supportandole nella scelta dei fornitori, nel reperimento dei preventivi, nella promozione, nel facilitare la reciproca conoscenza e relazioni fiduciarie tra imprese iscritte. Sardex.net, parallelamente ad altri circuiti di moneta complementare sparsi per il globo, sembra portare in sé il germe del cambiamento, una chiara spinta in questa direzione. Il senso di un’inversione copernicana nel nostro rapporto con il denaro. Una rivoluzione capace di riportare il ‘dio denaro’ alla sua reale dimensione terrena. Un sistema in cui la moneta, da strumento di privilegio e potere, possa tornare alla sua funzione primaria: quella di semplice medium per gli scambi. Non più un fine ma semplicemente un mezzo di prosperità di sviluppo condiviso. In questo orizzonte anche la parola “credito” tende a riacquistare il suo significato etimologico e primario, quello di fiducia nel proprio prossimo e nella sua capacità di ripagare quanto ricevuto attraverso il lavoro.
Solo in questo modo, sostengono i ragazzi di Sardex, “la competizione fratricida e la crescita divoratrice lasceranno spazio alla collaborazione, alla sostenibilità e all’equilibrio”. Forse, come sosteneva il Nobel per l’Economia John Nash, Adam Smith è superato, e il risultato migliore non si ottiene quando ogni componente fa solo ciò che è meglio per sé, bensì quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé e per il gruppo.

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